Per la Cassazione sono legittime le registrazioni sui luoghi di lavoro anche senza il consenso degli interessati se funzionali al diritto di difesa del lavoratore.

di G. Mazzotta -

La sentenza in commento prende le mosse da un caso piuttosto singolare: un lavoratore veniva licenziato in ragione del fatto che, per difendersi da altra contestazione disciplinare, aveva consegnato al proprio datore di lavoro una chiavetta USB contenente una serie di registrazioni di conversazioni effettuate in orario di lavoro e sul luogo di lavoro che coinvolgevano altri dipendenti, a loro insaputa.

La Corte d’appello, applicando la tutela indennitaria di cui alla legge Fornero, aveva ritenuto l’illegittimità del provvedimento espulsivo in quanto sproporzionato rispetto ai fatti contestati.

La Cassazione, invece, compiendo anche un’interessante ricognizione sia in generale sul concetto di privacy che sui mezzi di prova nel processo civile, si è spinta oltre: ha sottolineato come la norma sul consenso dei dati debba trovare un necessario contemperamento con le formalità previste dal codice di procedura civile per la tutela dei diritti in giudizio.

In effetti in molte decisioni la stessa Corte ha sostenuto che la rigida previsione sulla necessità del consenso del titolare dei dati personali debba necessariamente subire alcune deroghe quando si tratti di far valere in giudizio il diritto di difesa.

In tal senso, dunque, la SC ha ritenuto il comportamento del lavoratore pienamente legittimo (anche in ragione del fatto che le registrazioni non erano state diffuse, bensì solo utilizzate per finalità difensive), con il conseguente diritto dello stesso alla reintegrazione sul posto di lavoro.

Gabriella Mazzotta, dottore di ricerca e avvocato in Pisa

Visualizza il documento: Cass., 10 maggio 2018, n. 11322

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