Interpretazione diretta del contratto collettivo in Cassazione: una svolta importante

di C. Zoli -

Nella sentenza n. 5533/2016 la Suprema Corte si trova a dover interpretare la nozione di “personale addetto al trasporto di effetti postali” di cui all’art. 75 CCNL Poste del 2001, in quanto alcuni lavoratori, richiamandosi alle concrete modalità con cui avevano svolto la propria prestazione, ritenevano loro dovuta l’indennità spettante per lo svolgimento delle suddette mansioni.

Secondo la Suprema Corte, alla luce di un orientamento consolidato, il ricorrente che in sede di legittimità intenda censurare l’interpretazione di una previsione del contratto collettivo nazionale dovrebbe indicare in modo specifico le norme asseritamente violate e precisare in quale modo e con quali considerazioni il giudice di merito si sia discostato dai canoni legali che si assumono violati o se lo stesso li abbia applicati sulla base di argomentazioni illogiche o insufficienti. Si riteneva, infatti, che l’interpretazione dei contratti collettivi in sede di legittimità integrasse una questione di fatto riservata al giudice di merito, censurabile dinanzi alla Suprema Corte nella sola ipotesi di motivazione inadeguata o di violazione dei canoni legali di interpretazione contrattuale (cfr. Cass., 15 marzo 2013, n. 9054; Cass., 15 aprile 2013, n. 9070; Cass., 9 ottobre 2012, n. 17168).
La pronuncia in epigrafe presenta interesse dal momento che la Suprema Corte ritiene superato l’orientamento sopra richiamato, in quanto la denuncia di violazione o falsa applicazione dei contratti collettivi (ex art. 360, comma 1, n. 3 c.p.c., come modificato dal d. lgs. n. 40/2006) è stata parificata, sul piano processuale, a quella delle norme di legge. Di conseguenza, le clausole del contratto collettivo devono essere interpretate in base alle norme codicistiche di ermeneutica negoziale (art. 1362 c.c. e ss.) che costituiscono un criterio interpretativo diretto del contratto collettivo e non più un canone esterno per verificare l’esattezza e la congruità della motivazione del giudice di merito. Di conseguenza, al ricorrente in Cassazione non è più richiesto, a pena di inammissibilità della relativa doglianza, di indicare in modo specifico le norme che ritiene siano state violate, né di indicare come il giudice di merito si sia discostato dai canoni legali che egli ritiene violati.

Carlo Zoli, professore ordinario nell’Università di Bologna

Visualizza il documento: Cass., 21 marzo 2016, n. 5533

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