Infortunio del lavoratore e responsabilità aquiliana: la prescrizione decorre dalla data della sentenza penale irrevocabile.

di D. Bellini -

Con la sentenza n. 20286 del 26 luglio del 2019 la Cassazione ribadisce alcuni principi – in materia di prescrizione – applicabili anche all’infortunio subito dal lavoratore a seguito di un fatto illecito idoneo a configurare anche una responsabilità penale, confermando la sentenza di secondo grado impugnata (che si pubblica per completezza unitamente alla pronuncia di legittimità).

Nel caso di specie in un cantiere, dove cooperavano diversi lavoratori riconducibili a diverse imprese, uno di questi (lavoratore autonomo) veniva colpito violentemente al volto dalla pompa di una betoniera.

Materialmente responsabile dell’infortunio era un dipendente dell’impresa appaltatrice: quest’ultima non aveva alcun rapporto contrattuale con il lavoratore autonomo infortunato.

Il fatto era astrattamente idoneo a configurare il reato di lesioni colpose.

I Giudici del merito – ricondotta la fattispecie nell’alveo dell’art. 2049 c.c. e rigettata l’eccezione di prescrizione – riconoscono la responsabilità della società appaltatrice e la condannano al risarcimento dei danni non patrimoniali subiti dal lavoratore.

La società ricorreva in Cassazione censurando, tra i vari aspetti, anche la non corretta applicazione della prescrizione.

Secondo la ricorrente:

  • non poteva applicarsi l’art. 2947 c.c. III comma – più vantaggioso per il lavoratore infortunato – che fa decorrere la prescrizione dal momento in cui interviene la sentenza penale irrevocabile, e non dal momento in cui avviene l’infortunio (nel caso di specie poteva configurarsi il reato di lesioni colpose);
  • gli atti interruttivi della prescrizione non erano validi, perché provenienti da difensore non munito di procura.

Nel rigettare la prima censura, la Suprema Corte dà continuità all’orientamento secondo cui la ratio dell’art. 2947 III comma c.c. è evitare, nelle ipotesi in cui il fatto causativo del credito costituisce anche reato, che quest’ultimo possa estinguersi senza che sia stata esperita l’azione civile (rimediando quindi alla discronia della prescrizione civile e penale).

Quando però – si legge nella sentenza «il reato si estingue per una ragione diversa dalla prescrizione, viene meno la predetta ragione e si applica il termine civilistico, omogeneo alla natura della controversia, ma il suo dies a quo, in considerazione della natura ontologica del fatto causativo (che resta, ad onta della estinzione, quella di reato) è il momento nel quale si è estinto il reato stesso, ovvero è divenuta irrevocabile la sentenza che lo ha accertato o ha pronunciato i suoi effetti».

Pertanto, nel caso di specie, correttamente il Giudice del merito aveva fatto coincidere il dies a quo con il momento in cui era intervenuta la sentenza penale di non doversi procedere (e non con quello dell’incidente).

Allo stesso modo, la Corte ribadiva che la prescrizione è validamente interrotta anche dal difensore che si dichiari procuratore del creditore, senza la necessità di una procura scritta (Cass., 5 dicembre 2011, n. 25984, che valorizza, come nel caso esaminato, l’assenza di contestazione del potere di rappresentanza nel corso della corrispondenza tra legali).

Il ricorso della società veniva quindi respinto.

La sentenza offre l’occasione per riflettere sulle possibili interazioni con l’art. 2087 c.c. – che non è preso in considerazione nel caso di specie – ma il cui ambito di applicazione, sul piano oggettivo, si estende non solo ai dipendenti dell’impresa committente, riguardando tutti i lavoratori che operano in luoghi dove interferiscono diverse attività e cooperano dipendenti di aziende diverse, compresi i lavoratori autonomi (art. 26 del d.lgs. n. 81/2008).

Tale disposizione, tuttavia, è riconducibile al diverso piano della responsabilità contrattuale, con significative differenze rispetto all’art. 2049 c.c., sia sul piano dell’onere della prova (l’art. 2049 c.c. tipizza una ipotesi di responsabilità oggettiva che non prevede una prova liberatoria) sia sul piano della prescrizione (decennale e non quinquennale nel caso di responsabilità contrattuale).

La Suprema Corte ha infatti evidenziato che «la violazione dell’obbligo di proteggere l’integrità psicofisica del lavoratore determina l’insorgenza di una responsabilità contrattuale in capo al datore di lavoro» con la conseguenza che «il termine di prescrizione è quello decennale stabilito per il danno contrattuale e non quello breve previsto dall’art. 2947 c.c. per l’illecito aquiliano» (Cass., 8 maggio 2007 n. 10441).

Ciò «indipendentemente dal fatto che la violazione integri estremi di reato, ovvero configuri anche un illecito aquiliano, determinante l’esperibilità di una azione contrattuale, in via concorrente, e, quindi, senza che l’eventuale preclusione di quest’ultima, come nel caso della prescrizione quinquennale, possa incidere sull’azione contrattuale» (Trib. Terni, 14 giugno 2000 in Rass. Giur. Umbra, 2001, 113, con nota di Cerquetti).

In un’altra fattispecie, con aspetti simili alla sentenza analizzata (una lavoratrice esterna, addetta alle pulizie, venne colpita dallo sganciamento di un braccio metallico presso i locali della committente) è stata infatti affermata l’applicabilità dell’art. 2087 c.c. (con significative differenze, come detto, sia sul piano della prescrizione, sia sul piano dell’onere della prova).

E con l’espressa affermazione secondo cui la committente è «onerata del debito di sicurezza di cui all’art. 2087 c.c. e del D. lgs. 626 del 1994, art. 7 nei confronti di tutti i lavoratori che operavano all’interno dei suoi locali» ed esclusione della responsabilità dell’azienda solo nel caso in cui il lavoratore «abbia posto in essere un contegno abnorme, inopinabile ed esorbitante rispetto al procedimento lavorativo ed alle direttive ricevute».

Danilo Bellini, avvocato in Carrara

Visualizza i documenti: App. L’Aquila, 9 novembre 2016, n. 1205; Cass., 26 luglio 2019 n. 20286

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