Indennità sostitutiva del preavviso: gli accordi di prossimità possono escluderne l’erogazione in caso di crisi aziendale.

di S. Renzi -

La sent. n. 19660 del 22 luglio 2019 della S.C. ha giudicato un caso riguardante la possibilità di rinuncia ed esclusione dell’indennità sostitutiva del preavviso, affermando che l’istituto, giusta la sua natura di obbligazione pecuniaria, può validamente costituire materia disponibile in sede di accordi di prossimità ex art. 8, d.l. 13 agosto 2011, n. 138, conv. in l. 14 settembre 2011, n. 148.

La vicenda in commento prende le mosse dall’impugnazione di un licenziamento collettivo, con la quale un dipendente di un istituto bancario contestava l’illegittimità del recesso intimatogli nonché la mancata corresponsione dell’indennità sostitutiva del preavviso, dovutagli, a suo avviso, in virtù della cessazione immediata del rapporto, ma non corrisposta dalla datrice di lavoro, sul presupposto che la relativa erogazione fosse stata esclusa da un accordo di prossimità precedentemente intervenuto.

Attesa tale condotta della società bancaria, il lavoratore ricorreva per cassazione, lamentando violazione e falsa applicazione dell’art. 2118 c.c. e dell’art. 8, co. 1, 2 e 2-bis, d.l. 13 agosto 2011, n. 138, conv. in l. 14 settembre 2011, n. 148.

In particolare, il lavoratore svolgeva critiche nei confronti della motivazione della sentenza resa dalla Corte di Appello di Roma, la quale avrebbe errato nella ricostruzione e nell’interpretazione degli accordi collettivi che hanno disciplinato i fatti in esame.

L’istituto bancario e le OO.SS., al fine di fronteggiare lo stato di crisi attraversato dall’azienda e di regolare le procedure di licenziamento collettivo apparse come necessarie, avevano proceduto alla stipula di due diversi accordi. Un primo accordo, sottoscritto in data 15 settembre 2012, assumeva le caratteristiche dell’intesa di prossimità ex art. 8, d.l. 13 agosto 2011, n. 138, conv. in l. 14 settembre 2011, n. 148, e con esso le parti disciplinavano le modalità di accesso all’esodo volontario, cui sarebbe poi seguita la procedura di licenziamento collettivo. In tale sede, le parti stabilivano che la società datrice non avrebbe riconosciuto “alcun trattamento sostitutivo a titolo di mancata effettuazione del preavviso”. Con un secondo accordo, intervenuto nell’ambito della procedura di cui all’art. 4, l. n. 223/91, le parti richiamavano e facevano proprio il contenuto dell’accordo di prossimità precedentemente stipulato, ivi compresa la previsione che escludeva la corresponsione dell’indennità sostituiva del preavviso qualora fosse disposto il recesso immediato.

Il lavoratore ricorrente, una volta licenziato, si doleva proprio per l’illegittimità del richiamo operato dalla seconda intesa, sul presupposto che esso fosse una dichiarazione unilaterale non idonea a modificare il contenuto dell’accordo concluso in seno alla procedura di mobilità.

La Cassazione mostra di non aderire alla ricostruzione del ricorrente, sancendo la piena legittimità dell’operazione. In primo luogo, viene ritenuto valido il richiamo al primo accordo, disciplinate in maniera precipua l’esclusione dell’indennità sostitutiva del preavviso: esso non poteva atteggiarsi quale dichiarazione unilaterale avente carattere modificativo, dal momento che entrambe le parti avevano concordato sull’inserimento di esso nel corpo del secondo accordo, manifestando una comune intesa sul punto. Nel prosieguo della motivazione, la S.C. compie un’approfondita analisi sulla possibilità giuridica del patto di esclusione in esame. Innanzitutto, viene sottolineato come la natura obbligatoria dell’istituto dell’indennità sostitutiva del preavviso sia condivisa dalla giurisprudenza di legittimità più recente (Si v.: Cass., 6 giugno 2017, n. 13988, in DeJure; Cass., 17 gennaio 2017, n. 985, in DRI, 2017, II, 504, con nota di Scipioni; Cass., 4 novembre 2010, n. 22443, in DeJure). Inoltre, la Cassazione afferma che l’istituto in esame “ben può costituire oggetto di accordo e di rinuncia ed è pertanto suscettibile di essere oggetto di accordo tra le parti sociali chiamate, nel contesto di una crisi aziendale, a mediare per assicurare la prosecuzione dell’attività di impresa e la conservazione dei livelli di occupazione” (Cfr. Cass., 18 giugno 2015, n. 12636, in DeJure; Cass., 28 settembre 2010 n. 20358, in DeJure; Cass., 17 aprile 2014, n. 8971, in DeJure; Cass., 21 febbraio 2012, n. 2514, in FI, 2012, IV, 1026). Secondo tale lettura, dunque, l’accordo derogatorio, trasfuso nel secondo accordo raggiunto nell’ambito della procedura di mobilità, non si pone in contrasto né con principi dettati nella Carta Costituzionale né viola vincoli derivanti dalle normative sovranazionali. La Cassazione ricorda che, nonostante l’art. 4 della Carta Sociale Europea preveda che, al fine di garantire l’effettivo esercizio del diritto ad un’equa retribuzione, le parti debbano impegnarsi a sancire il diritto di tutti i lavoratori ad un ragionevole periodo di preavviso nel caso di cessazione del lavoro, il riconoscimento un’indennità sostitutiva è comunque derogabile, se avviene in sede collettiva e nel contesto di un bilanciamento di opposti interessi teso a ridurre l’impatto sociale determinato dalla situazione di esubero del personale.

La pronuncia esaminata ha offerto un’occasione alla S.C. per precisare, da un lato, la natura dell’indennità sostituiva del preavviso, qualificabile nei termini di obbligazione pecuniaria rinunciabile, e, da altro, per riflettere sulle potenzialità derogatorie degli accordi di prossimità conclusi ex art. art. 8, d.l. 13 agosto 2011, n. 138, conv. in l. 14 settembre 2011, n. 148.

Samuele Renzi, dottorando nell’Università degli Studi di Siena

Visualizza il documento: Cass., 22 luglio 2019, n. 19660

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