È illegittimo il licenziamento del lavoratore che registra conversazioni all’insaputa degli interlocutori e per ottenere prove per un successivo giudizio.

di D. Bellini -

La pronuncia esaminata analizza – tra i vari aspetti – il tema della rilevanza disciplinare delle registrazioni effettuate durante l’orario di lavoro, all’insaputa dei presenti, ma allo scopo di precostituirsi una prova per il giudizio.

Nel caso di specie il lavoratore era stato licenziato per aver «commesso illeciti nei confronti dei vertici del Consorzio», assegnandosi da solo periodi di congedo e registrando sistematicamente i colloqui con i colleghi, all’insaputa degli stessi.

Nella lettera di licenziamento venivano valorizzati anche i precedenti disciplinari del lavoratore, a riprova dell’atteggiamento ostile tenuto dallo stesso nei confronti del datore di lavoro.

La Suprema Corte esamina il caso dopo che il giudice del reclamo aveva confermato la legittimità del licenziamento irrogato.

Con il ricorso in Cassazione il lavoratore censura, in estrema sintesi, questi aspetti:

  • Il fatto che il Giudice del merito avesse preso in considerazioni i precedenti disciplinari del lavoratore, ai fini della valutazione della legittimità del licenziamento, pur non essendo stata contestata la recidiva;
  • l’erronea valutazione della Corte di Appello di Bologna, che aveva ritenuto che le registrazioni occulte costituissero comportamenti rilevanti sul piano disciplinare.

Il primo aspetto censurato non è ritenuto dalla Corte meritevole di accoglimento, in continuità con il principio secondo cui, quando l’esistenza di precedenti disciplinari costituisce un mero criterio ai fini della valutazione della consistenza del fatto addebitato,  e non un elemento costitutivo del licenziamento, la previa contestazione dei precedenti non è necessaria (Cass., 25 novembre 1996, n. 10441).

Il secondo aspetto è invece ritenuto dalla Corte meritevole di accoglimento, in adesione all’orientamento che afferma la legittimità della condotta del lavoratore che abbia effettuato registrazioni per tutelare la propria posizione all’interno dell’azienda e per precostituirsi un mezzo di prova, «se pertinente alla tesi difensiva e non eccedenti le sue finalità», comportamento da ricondursi nell’alveo dell’esercizio di un diritto.

La pronuncia può essere utile per un rapido esame dei limiti esterni ed interni di questo tipo di condotte, ai fini della verifica della loro legittimità e della riconducibilità nell’alveo dell’esercizio di un diritto.

Il punto chiave della valutazione poggia sulla verifica della pertinenza e della non eccedenza della registrazione occulta rispetto al fine perseguito.

E’ stata quindi affermata la legittimità del licenziamento in un caso in cui le registrazioni erano state anche divulgate all’interno dell’ambiente di lavoro, provocando l’instaurazione di un clima lavorativo non sereno, con conseguente compromissione del vincolo fiduciario (Cass., 21 novembre 2013, n. 26143, nel caso di specie è stato valorizzato anche il fatto che la denuncia per mobbing si sia rivelata in seguito infondata).

L’illiceità e l’eccedenza rispetto alle finalità perseguite può quindi apprezzarsi nella divulgazione della registrazione ad altri colleghi, aspetto questo non strettamente funzionale al diritto di difesa (sul punto si v. D’Andrea, Registrazioni su supporto fonografico e divulgazione non autorizzata di conversazione nell’ambiente di lavoro, in LG, 2, 2016, 132 ss.; si v. anche Pret. Milano, 11 marzo 1194, in RIDL, II, 1995, 359, con nota di Marra, che aveva ritenuto giustificato e legittimo il licenziamento del dirigente che aveva registrato un colloquio all’insaputa di un altro lavoratore; secondo il pretore «si tratta di una operazione che esprime sfiducia nei confronti del suo interlocutore e l’intenzione di utilizzare contro di lui un suo comportamento, in una sorta di spirito poliziesco che, se fatto passare, comporterebbe l’adozione da parte di chi opera in azienda di contromisure di vario tipo, in un clima di reciproca diffidenza e cospetto»).

Pertanto, la prevalenza del diritto di difesa rispetto all’obbligo di fedeltà e al diritto alla riservatezza, seppur tendenzialmente affermata, dovrebbe in ogni caso essere valutata caso per caso, in applicazione del principio della “gerarchia mobile” delle fonti, valorizzando aspetti come la fondatezza della domanda sostenuta (secondo una prospettiva ex ante), le modalità attraverso cui si esplica la divulgazione della conversazione (non eccedente rispetto al fine perseguito e di regola circoscritta entro il perimetro della sede giudiziaria), nonché le modalità attraverso cui la stessa conversazione è carpita (comunque nel rispetto dei principi di buona fede).

Resta ora da interrogarsi sugli sviluppi di questo orientamento giurisprudenziale, che afferma una tendenziale prevalenza del diritto di difesa, alla luce delle modifiche introdotte alla d.lgs. n. 196/2003, operata dal d.lgs. n. 101 del 10 agosto 2018.

Sul punto, solo brevemente, si ricorda che l’art. 2 undecies del d.lgs. n. 196/2003 (introdotto dalla novella sopra citata) sembra tracciare una linea di continuità rispetto ai principi espressi, stabilendo che «i diritti di cui agli articoli da 15 a 22 del Regolamento non possono essere esercitati con richiesta al titolare del trattamento … qualora dall’esercizio di tali diritti possa derivare un pregiudizio effettivo e concreto … allo svolgimento delle investigazioni difensive o all’esercizio di un diritto in sede giudiziaria».

Attendiamo i prossimi approdi.

Danilo Bellini, avvocato in Carrara

Visualizza il documento: Cass., 10 maggio 2019, n. 12534

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