False dichiarazioni rese in occasione dell’accesso al pubblico impiego: quando rileva la condotta del lavoratore?

di F. Coppola -

La sentenza della Cassazione in commento decide in ordine alle conseguenze giuridiche che derivano dalle falsità  documentali rese al momento dell’accesso all’impiego pubblico.

Il caso trae origine dalla omessa dichiarazione da parte del lavoratore in sede di autocertificazione, in relazione all’assunzione nel comparto scuola,  di pregresse condanne penali.

La Corte di appello di Torino sosteneva che la mera omessa indicazione fosse di per sé sufficiente a integrare il grave effetto di non consentire una valutazione ex ante sulla gravità dei reati non dichiarati. Si riteneva dunque irrilevante effettuare un preventivo accertamento per stabilire se le condanne pregresse fossero relative o meno a fatti ostativi all’assunzione dell’impiego, sul presupposto di far valere, quale conseguenza giuridica della dichiarazione mendace resa all’atto di assunzione, la decadenza di diritto del contratto di lavoro. A questa decisione si opponeva il lavoratore, denunciando la necessaria previa valutazione dei fatti di cui si assumeva la decisività prima di procedere con la diretta caducazione del rapporto di lavoro.

Nel risolvere la questione in punto di legittimità, la Cassazione ripercorre le disposizioni che regolano il tema delle falsità documentali prodotte al momento dell’accesso al pubblico impiego e, dall’interpretazione della disciplina normativa vigente, estrapola il principio di diritto che distingue le fattispecie e rende legittima l’applicazione al caso concreto della decadenza di diritto oppure del licenziamento previo procedimento disciplinare.

La Corte differenzia il caso in cui la falsità sui dati sia decisiva ai fini dell’assunzione, poiché la legge o un bando stabiliscono una regola certa di incompatibilità con l’accesso al pubblico impiego rispetto a un determinato requisito. Stabilisce, dunque, che solo in queste ipotesi la decadenza opera di diritto, al di fuori di un procedimento disciplinare, per effetto dell’assenza dei requisiti sostanziali che le dichiarazioni sono chiamate ad attestare (così anche secondo la giurisprudenza amministrativa, cfr. Cons. Stato, 13 novembre 2015, n. 5192), integrando una causa di nullità del contratto.

Diversa soluzione si configura, invece, quando le falsità documentali o dichiarative non siano necessariamente ostative all’instaurazione del rapporto, mancando un nesso causale tra irregolarità documentale e conseguimento dell’impiego. In questi casi può derivare, quale conseguenza giuridica, la risoluzione del contratto, tramite  licenziamento, ma solo previa instaurazione del procedimento disciplinare e valutazione della effettiva gravità della condotta e della buona fede del lavoratore, nel rispetto del principio di proporzionalità della misura rispetto all’infrazione commessa, come confermato dall’indirizzo giurisprudenziale che, nel decidere in ordine a simili controversie, ha richiesto oneri probatori anche a carico del dipendente a cui è stata addebitata la sanzione disciplinare (cfr. Cass., 24 agosto 2016, n. 17304).

Con riguardo al caso in esame, dunque, è ammissibile la decadenza di diritto, al di fuori del procedimento disciplinare, solo se la dichiarazione mendace si riferisca a condanne che non avrebbero in ogni caso consentito l’instaurazione del rapporto di pubblico impiego. In caso contrario, la pubblica amministrazione dovrà procedere nelle forme disciplinari, esperendo prima una corretta valutazione in ordine alla rilevanza della condotta assunta dal lavoratore e alla gravità concreta dell’accaduto.

Francesca Coppola, dottoranda nell’Università degli Studi di Siena

Visualizza il documento: Cass., 11 luglio 2019, n. 18699

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