Diritto dei medici specializzandi ad una remunerazione adeguata: la Corte di Giustizia torna sul ritardo italiano.

di F. Coppola -

La questione di seguito riportata che la Corte di Cassazione italiana sottopone all’attenzione della Corte di Giustizia (Cass. sez. un., 21 novembre 2016, n. 23581) deriva da un lungo e dibattuto contenzioso giudiziario, sia a livello nazionale che europeo.

La vicenda trae origine dalla mancanza della tempestiva trasposizione da parte dell’ordinamento italiano della direttiva 82/76/CEE, intervenuta a modifica della direttiva 75/363/CEE con l’introduzione dell’obbligo per gli Stati membri di garantire un’adeguata remunerazione alle formazioni relative alle specializzazioni mediche. Gli Stati membri erano tenuti a conformarsi alla direttiva entro e non oltre il 31 dicembre del 1982; il legislatore italiano ha adeguato la disciplina nazionale soltanto nel 1991, con il decreto legislativo n. 257.

Nella sentenza in esame, la Corte di Giustizia riprende una consolidata giurisprudenza (C. giust., 25 febbraio 1999, causa C-131/97, Carbonari, C. giust., 3 ottobre 2000, C-371/97, Gozza) già pronunciatasi sulla medesima questione.

Tuttavia, le precedenti sentenze della giurisprudenza dell’Unione non avevano riguardato espressamente il profilo economico dei corsi di specializzazione iniziati prima del 31.12.1982.

Innanzitutto, la Corte osserva che la direttiva 82/76/CEE dispone il diritto per le formazioni a tempo pieno o a tempo ridotto come medico specialista di ricevere un’adeguata remunerazione, a condizione che le stesse riguardino una specializzazione medica menzionata negli articoli della direttiva e comune a tutti gli Stati membri ovvero a due o più di essi. La Corte stabilisce che questo diritto sussiste anche per i corsi di specializzazione iniziati nel corso del 1982 e proseguiti fino al 1990.

Per la Corte di Giustizia, inoltre, l’esistenza dell’obbligo di prevedere una remunerazione adeguata, quale fine a cui tende la direttiva in esame, deriva direttamente dalla fonte europea e prescinde dall’adozione, da parte dello Stato, di misure di attuazione effettive. Dato che, tuttavia, il risultato voluto dalla direttiva 82/76/CEE non è raggiungibile per i giudici nazionali in via meramente interpretativa senza l’ausilio di norme di trasposizione, lo Stato membro deve provvedere a risarcire eventuali danni causati ai singoli in ragione del mancato adeguamento alla normativa europea, qualora sussistano le condizioni stabilite dalla giurisprudenza dell’Unione. Il quantum dovuto a titolo di risarcimento deve essere pari alla remunerazione prevista dalla normativa di trasposizione, fatta salva la possibilità per i medici interessati di provare danni ulteriori dovuti al fatto di non avere potuto beneficiare del corrispettivo nei giusti tempi.

Il punto più interessante della pronuncia riguarda la definizione del momento a partire dal quale suddetto risarcimento debba essere corrisposto; questo rappresenta infatti l’aspetto della vicenda maggiormente dibattuto in seno alla giurisprudenza italiana. Gli opposti orientamenti interpretativi nascono dal seguente dubbio: se la remunerazione adeguata per i corsi di formazione dei medici specialisti che avevano già avuto inizio, ma non erano ancora conclusi in data 1 gennaio 1983 debba essere concessa per l’intera durata della formazione.

La Corte di Giustizia ritiene che gli Stati non possano vedersi imputare l’omessa trasposizione della direttiva nel loro ordinamento giuridico prima che il termine dalla stessa stabilito sia giunto a scadenza. Non risulta, ad avviso della Corte, che il fatto di prevedere una remunerazione adeguata soltanto per il periodo successivo alla scadenza del termine di trasposizione possa compromettere la realizzazione dell’obiettivo perseguito dalla direttiva.

Di conseguenza, la remunerazione adeguata per le formazioni dei medici specialisti già iniziate nel corso del 1982 e proseguite fino al 1990 deve essere corrisposta per il periodo di formazione a partire dal 1 gennaio 1983, fino alla conclusione dello stesso.

Francesca Coppola, dottoranda di ricerca presso l’Università degli Studi di Siena

Visualizza il documento: C. giust., 24 gennaio 2018, C-616/2016

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