Decorrenza del dies a quo della prescrizione: incertezze interpretative dopo le modifiche sulla disciplina dei licenziamenti.

di F. Coppola -

La sentenza in commento s’inserisce nel solco di un’ampia riflessione dottrinale e giurisprudenziale in tema di prescrizione dei crediti retributivi, su cui hanno di recente inciso le profonde modifiche apportate al sistema sanzionatorio in caso di licenziamento illegittimo intervenute nel corso degli ultimi anni. I duri colpi inferti alla stabilità del rapporto di lavoro, attraverso la previsione di un regime di differenziazione delle tutele e di sostanziale monetizzazione del recesso, hanno infatti ulteriormente esteso i confini della discussione sulla decorrenza del dies a quo della prescrizione in materia di diritti del lavoratore, palesando nuovi profili di incertezza legati alla tradizionale impostazione della disciplina.

Con riferimento al caso in esame, il  problema della prescrizione si pone in relazione alla fissazione del termine a partire dal quale il datore di lavoro deve corrispondere alla lavoratrice ricorrente le differenze retributive che le spettano per effetto del superiore inquadramento contrattuale riconosciutole in sede di giudizio. Il tema viene in realtà affrontato dal Tribunale di Napoli in brevi passaggi e trattato in maniera marginale, nonostante la rilevanza che la questione determina sia in termini applicativi sia in raffronto al perdurare delle incertezze interpretative ivi sottese.

Come noto, ai crediti retributivi di lavoro si applica la prescrizione estintiva quinquennale, secondo quanto previsto dalla disciplina civilistica ai sensi dell’art. 2948 del codice civile. La prima storica sentenza sulla fondamentale questione della decorrenza del dies a quo della prescrizione risale al 1966, anno in cui la Corte Costituzionale dichiarò l’illegittimità costituzionale degli artt. 2948 n. 4, 2955, n. 2, e 2956, n. 1 del codice civile limitatamente alla parte in cui consentivano che la prescrizione del diritto alla retribuzione decorresse durante il rapporto di lavoro. La Corte evidenziò il collegamento tra il principio di irrinunciabilità della retribuzione, garantito dall’art. 36 della Costituzione e l’impossibilità di far valere questo diritto durante il corso del rapporto di lavoro, in virtù dell’esistenza di una condizione di  subalternità socio-economica e giuridica per il lavoratore tale da spingerlo a non agire contro il datore per il fondato timore di perdere il proprio posto, specialmente in vigenza di un apparato normativo di sostanziale libertà di recesso. La permanenza del rapporto di lavoro figurava quindi come causa ostativa all’effettiva possibilità per la lavoratrice o il lavoratore di azionare il proprio diritto volto al conseguimento dei crediti maturati.

Successivamente, tuttavia, anche in seguito all’introduzione delle leggi a tutela del licenziamento, la stessa Corte Costituzionale ridusse la portata innovativa della precedente pronuncia e con la sentenza n. 174/1972  circoscrisse l’applicabilità del principio di non decorrenza della prescrizione dei crediti in costanza di rapporto; si ritenevano esclusi non solo i casi di pubblico impiego, ma anche i rapporti privati di lavoro cui si applicava l’art. 18, l. 20 maggio 1970, n. 300, poiché caratterizzati da una disciplina che assicurava un meccanismo di tutela reale contro i licenziamenti illegittimi, tutelando così  i lavoratori dal timore di subire eventuali ritorsioni da parte dell’imprenditore. Per i beneficiari della tutela reintegratoria, dunque, in quanto garantiti da una forza di resistenza al potere di licenziamento, il regime della prescrizione poteva operare anche in costanza di rapporto, iniziando a decorrere sin dal momento in cui il diritto potesse essere fatto valere.

Nel tempo la giurisprudenza di legittimità ha confermato questo orientamento, stabilendo che la decorrenza o meno della prescrizione in corso di rapporto dovesse essere verificata con riguardo al concreto atteggiarsi del medesimo, se dotato o meno del requisito della stabilità, tenuto conto della effettiva esistenza di una situazione psicologica di metus per il lavoratore. (Per una dettagliata ricostruzione in tema di prescrizione dei diritti del lavoratore cfr. Ghera, La prescrizione dei diritti del lavoratore e la giurisprudenza creativa della Corte costituzionale, in RIDL, 2008, 1, 7)

In tale consolidato contesto interpretativo è poi intervenuta la modifica della disciplina dei licenziamenti individuali, con il superamento dell’originaria unitarietà della tutela reale che la legge n. 300/1970 riconosceva ad ogni ipotesi di invalidità del licenziamento.

Si è perciò sin da subito sollevata la questione se il nuovo articolo 18 continui ad assicurare quei requisiti di stabilità mediante i quali la giurisprudenza costituzionale aveva ritenuto di poter escludere il differimento del dies a quo della prescrizione; sul punto sono intervenute tesi articolate e finanche opposte tra loro. (In relazione al dibattito sul tema si v. ex multis, Santoni, La decorrenza della prescrizione dei crediti di lavoro e la legge n. 92/2012, in RIDL, 2013, 1, 881).

La sentenza in commento si esprime a favore dell’ipotesi secondo cui le modifiche introdotte dalla legge n. 92/ 2012, applicabili ratione temporis alla vicenda in esame, non abbiano inciso sul regime prescrizionale, ma «soltanto delimitato la reintegra nel posto di lavoro in presenza di licenziamento illegittimo, che resta assicurata proprio nelle ipotesi più gravi di recesso datoriale esercitato dal contraente più forte che si avvalga illecitamente della sua superiorità economica». La giudice ritiene perciò non applicabile la soluzione del differimento del decorso dei termini, nonostante la permanenza del rapporto di lavoro, con la conseguenza per cui tutti i crediti della lavoratrice maturati prima del quinquennio antecedente alla notifica del ricorso introduttivo, che ha costituito il primo atto di messa in mora, si considerano prescritti.

Il ragionamento adottato dalla decisione in esame non risulta tuttavia  pacifico né in dottrina né in giurisprudenza, in seno alla quale si riscontrano pronunce con soluzioni divergenti tra loro che contribuiscono a rendere il quadro di riferimento della disciplina poco chiaro e coeso.  (In senso difforme rispetto a quanto stabilito dalla sentenza in commento si veda ad es. Trib. Milano, 16 dicembre 2015, n.10803, in DRI, 2016, 2, 560 con nota di Gadaleta; in RIDL, 2016, 1, 112 con nota di NUZZO).

Infine, si consideri che le ultime misure introdotte dal Jobs Act  del 2015 hanno definitivamente reso la reintegrazione una circostanza del tutto eventuale ed eccezionale, sostenendo la mancata possibilità di stabilire in anticipo se il lavoratore licenziato rientri tra i beneficiari della tutela reale. Questa impostazione non è stata rovesciata neanche dalla sentenza n. 194/2018 della Corte Costituzionale che ha ritenuto illegittimo il meccanismo di calcolo automatico dell’indennità in caso di licenziamento illegittimo, ma non è intervenuta sull’impianto sostanziale della disciplina, rimasto finora immutato.

A fronte di questi ulteriori aspetti e anche in considerazione delle profonde trasformazioni del mercato del lavoro susseguitesi negli ultimi anni, si può validamente sostenere che la stabilità del rapporto di lavoro sia nel tempo divenuta sempre più precaria. Parrebbe allora tutt’altro che sfumata quella condizione di soggezione al potere contrattuale che costituisce per il lavoratore un ostacolo alla possibilità di esercitare il proprio diritto al conseguimento dei crediti retributivi in costanza di rapporto e che renderebbe perciò legittima l’ipotesi del differimento del dies a quo del regime prescrizionale.

Francesca Coppola, dottoranda di ricerca nell’Università di Siena

Visualizza il documento: Trib. Napoli, 12 novembre 2019, n. 7343

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