Critica al datore di lavoro: l’esercizio di tale diritto deve rispettare la dignità umana.

di Redazione -

Con la sentenza n. 14527/2018 la Corte ha deciso sul caso di cinque lavoratori licenziati per giusta causa poiché, al fine di criticare alcune scelte imprenditoriali, avevano inscenato dinnanzi alla loro  fabbrica la raffigurazione di un suicidio per impiccagione del proprio amministratore delegato.

In primo grado tale fatto era stato ritenuto dai giudici come rientrante a tutti gli effetti nel concetto di giusta causa di licenziamento.

In secondo grado, invece, la Corte d’appello, compiendo una ricognizione sul diritto di critica dei dipendenti, aveva ritenuto insussistente la giusta causa, con conseguente diritto per i lavoratori alla reintegrazione nel posto di lavoro.

Il Supremo Collegio coglie a sua volta l’occasione per svolgere alcune riflessioni sui contorni del diritto di critica, ancorando molte delle proprie argomentazioni al dettato costituzionale, ma giungendo tuttavia a conclusioni opposte rispetto alla sentenza di secondo grado.

La questione centrale riguarda i confini entro cui è legittimo esercitare tale diritto: si deve, infatti, contemperare il libero esercizio del potere privato d’impresa ed il diritto di esprimere opinioni anche in controtendenza rispetto alle scelte datoriali.

La Cassazione, in prima battuta, sottolinea come la raffigurazione scenica rappresentata dai cinque lavoratori abbia le caratteristiche proprie della satira (con il conseguente ed inevitabile utilizzo di immagini ed espressione anche caricaturali).

Ciononostante, ad avviso della Corte, il diritto di satira non può spingersi sino al superamento del limite della tutela della dignità umana (art. 2 della Cost.): in sostanza i lavoratori hanno attributo all’AD qualità riprovevoli e moralmente disonorevoli esponendo il destinatario al pubblico scherno suscitando disprezzo.

Per la Corte «le modalità espressive della critica (…) hanno travalicato i limiti di rispetto della democratica convivenza civile, mediante offese gratuite, spostando una dialettica sindacale anche aspra ma riconducibile ad una fisiologica contrapposizione tra lavoratori e datori di lavoro, su di un piano di non ritorno che evoca uno scontro violento e sanguinario (..)».

Conseguentemente, la Corte ha ritenuto il comportamento ampiamente rientrante nel concetto di giusta causa di licenziamento.

Ci si domanda se vi sia margine per tracciare i limiti al diritto di critica esercitata anche attraverso la satira ovvero se tale strumento sia di per sé lesivo di altri valori costituzionali e, di conseguenza, lesivo anche del vincolo fiduciario tra le parti.

La Redazione

Visualizza il documento: Cass., 6 giugno 2018, n. 14527

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