Costituisce discriminazione collettiva ex d.lgs. 215/03 accusare gli enti impegnati nell’accoglienza di “lucrare sul traffico di clandestini”.

di S. Renzi -

La sentenza in commento della Corte di Appello di Brescia si è occupata di decidere un caso di discriminazione collettiva a mezzo di social network, discusso nell’ambito di un procedimento ex art. 28 del d.lgs. n. 150/11 e art. 44 del d.lgs. n. 286/98, nel quale varie associazioni che gestiscono l’accoglienza di migranti e profughi hanno convenuto in giudizio l’autrice di un post che accusava i ridetti enti di lucrare opportunisticamente sul “traffico di clandestini”.

La vicenda è originata dalla condotta tenuta dall’appellante sul proprio profilo di un noto social network, a mezzo del quale la stessa pubblicava una fotografia del quotidiano “Bresciaoggi”, avente per oggetto un articolo che trattava di enti promotori di progetti di accoglienza per cittadini stranieri, accompagnata da un proprio commento nel quale sosteneva che quelle stesse organizzazioni “lucr[assero] sul traffico di clandestini”, in aggiunta a ulteriori considerazioni di affine tenore. Alcune delle associazioni interessate dall’esternazione pubblica, convenivano l’autrice del post dinanzi al Tribunale di Brescia al fine di far cessare il comportamento ritenuto pregiudizievole e di sentir dichiarare il carattere discriminatorio e molesto del commento ai sensi dell’art. 2 del d.lgs. 9 luglio 2003, n. 215, nonché di ottenere il risarcimento dei danni patiti. In particolare, le organizzazioni ricorrenti ritenevano che il post integrasse gli estremi di una molestia rilevante ex art. 2, co. 3, del d.lgs. n. 215/03, giacché idoneo a “creare un clima intimidatorio, ostile, degradante, umiliante e offensivo”, attraverso la rappresentazione, a un tempo beffarda e sprezzante, delle attività promosse dagli enti di accoglienza. Inoltre, i ricorrenti sostenevano che il post realizzasse un’ipotesi di “discriminazione per associazione”, rilevando il suo contrasto con la disposizione dell’art. 2, co. 3, del d.lgs. n. 215/03 anche a prescindere dall’attribuzione di qualità o caratteristiche negative e/o offensive a una determinata etnia, dal momento che la succitata norma offre protezione contro qualsiasi condotta lesiva della dignità fondata su motivi di razza e/o etnia. In ultimo, gli enti di promozione dell’accoglienza sostenevano che il post contenesse offese “per ritorsione”, rilevanti ex art. 4 del d.lgs. n. 215/03, poiché le affermazioni moleste si erano prodotte come reazione all’attività svolta dalle ridette associazioni e organizzazioni di promozione sociale.

Al termine del giudizio di prime cure, l’autrice del post è risultata soccombente ed è stata condannata a risarcire a ogni ricorrente il danno patito. A giudizio del Tribunale di Brescia, infatti, il post aveva, da un lato, “valenza irridente e sbeffeggiante” laddove indicava che le associazioni di accoglienza perseguissero un fine di lucro in maniera opportunistica, nonché, da altro lato, manifestava contenuto “denigratorio e offensivo” per aver indiscriminatamente definito “clandestini” i soggetti richiedenti asilo.

L’autrice del post giudicato molesto e discriminatorio procedeva, dunque, a impugnare la sentenza di primo grado. L’appellante formulava alcune censure in rito, mentre, nel merito, lamentava che l’attribuzione del fine di lucro ai ridetti enti non volesse suggerire lo svolgimento di attività illegali o inopportune e che l’utilizzo della parola clandestino non ha un contenuto dispregiativo ma oggettivo, in quanto indica la condizione di chi faccia ingresso illegale nel territorio dello Stato. In disaccordo con la lettura offerta dall’appellante, l’intervento della Corte si è limitato a obliterare le determinazioni assunte dal giudice di primo grado all’esito del relativo giudizio, rigettando integralmente il gravame proposto.

La pronuncia appena esaminata consente di rimettere a fuoco il tema delle tutele contro le molestie razziali e la discriminazione, lasciandosi apprezzare per la chiara – seppur non troppo approfondita – ricostruzione degli strumenti offerti dal d.lgs. n. 215/03 e dal d.lgs. n. 286/98. Al contempo, essa stimola una riflessione sugli spazi virtuali di discussione, come i social network, laddove la circolazione di notizie e di informazioni, nonché l’esternazione del proprio pensiero, deve poter incontrare i medesimi limiti che caratterizzano gli strumenti di dibattito tradizionali. La puntuale applicazione dei rimedi legali potrà, pertanto, contribuire a un utilizzo maggiormente responsabile delle piattaforme telematiche di condivisione sociale.

Samuele Renzi, dottorando di ricerca presso l’Università degli Studi di Siena

Visualizza il documento: App. Brescia, 18 gennaio 2019, n. 96

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