Condotte discriminatorie: non può essere sostituito l’interprete che abbia la medesima nazionalità dei richiedenti asilo.

di S. Renzi -

L’ordinanza del 16 agosto 2019 del Tribunale di Como è intervenuta su un caso di discriminazione diretta, fondato sulla nazionalità, realizzato dal Ministero dell’Interno in pregiudizio di una cittadina di nazionalità peruviana, svolgente le mansioni di interprete di lingua spagnola presso la Questura di Milano.

Nel mese di gennaio 2019, l’interprete peruviana stipulava un contratto di collaborazione coordinata e continuativa con una cooperativa, la quale, per conto dell’Agenzia europea di sostegno all’accoglienza (EASO), fornisce agli Stati membri e, nel caso specifico, alla Questura di Milano, il supporto necessario per attività di mediazione linguistica e culturale con i soggetti richiedenti il diritto d’asilo. Prima della scadenza naturale del contratto, la cooperativa comunicava all’interprete il recesso anticipato dal rapporto di lavoro, senza offrire motivazioni a sostegno della decisione.

La lavoratrice, adiva, dunque, il Tribunale di Como con ricorso ex art. 28, d.lgs. n. 150/2011, art. 44, d.lgs. n. 286/1998 e art. 4, d.lgs. n. 215/2003, sostenendo che le condotte della cooperativa e del Ministero dell’Interno avessero contenuto discriminatorio (Cfr. Trib. Milano, 29 settembre 2010, in DeJure). In particolare, la ricorrente ipotizzava che il recesso unilaterale costituisse una forma di reazione alla pubblicazione da parte della stessa di un libro avente come tema il sostegno ai cittadini extracomunitari e bisognosi di accoglienza, intitolato “Lettera agli italiani come me”.

La cooperativa, costituendosi in giudizio, sosteneva di aver dato mera esecuzione alle direttive provenienti dall’Agenzia europea e dal Dipartimento di Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno. Anche il Ministero, una volta costituitosi, contestava la ricostruzione della ricorrente e negava che la decisione di allontanarla dal servizio di interprete svolto presso la Questura di Milano avesse natura discriminatoria. La richiesta di sollevare la lavoratrice peruviana dal ruolo di mediatrice culturale era motivata – secondo la ricostruzione del Ministero – da un insolito e notevole aumento delle richieste di asilo presentate presso la stessa Questura da parte di cittadini peruviani nel mese di febbraio 2019, mentre la ricorrente ivi svolgeva attività di interprete. In ragione di tale incremento delle domande, ritenuto anomalo, venivano avviate verifiche interne onde valutare se la ricorrente fosse coinvolta nella vicenda; ragione per cui, secondo la pubblica amministrazione, era del tutto legittima la sospensione e l’allontanamento di essa dal lavoro. A sostegno della propria tesi, il Ministero allegava alcune statistiche riguardanti l’accesso di cittadini peruviani presso la Questura di Milano nel medesimo periodo dell’anno 2018, dai quali si poteva evincere l’effettivo incremento delle domande per il 2019.

Alla luce delle informazioni fornite dalle parti, il Tribunale di Como ritiene accertata la condotta discriminatoria del Ministero dell’Interno, ma per ragioni diverse da quelle ipotizzate dalla ricorrente. Pare interessante ripercorre brevemente le argomentazioni della sentenza, che evidenziano un difetto di logicità nelle condotte della pubblica amministrazione.

Il giudice, nonostante rilevi che i sospetti della ricorrente si siano mostrati inidonei a provare l’ingiustizia della decisione del Ministero, ritiene comunque provata la natura discriminatoria delle relative condotte, rilevanti ex art. 43, co. 1, d.lgs. n. 286/1998 e art. 2, co. 1, lett. b., d.lgs. n. 215/2003, in quanto esse si sono fondate su un “sillogismo del tutto indimostrato”, secondo il quale l’incremento delle domande fosse unicamente dipeso “dall’illegittimo interessamento” dell’interprete peruviana, senza che, però, venisse documentato l’effettivo svolgimento di atti indebiti o inopportuni in favore dei richiedenti asilo da parte dell’interprete. Inoltre, il giudice sottolinea come l’allegazione delle statistiche non fosse di per sé sola idonea a dimostrare alcunché, in quanto decontestualizzata da un effettivo studio sui flussi migratori dei cittadini peruviani verso l’Italia nei due periodi presi in considerazione e, comunque – relativamente al numero degli accessi nel periodo dell’anno 2019 preso in esame – mancante di una comparazione con gli accessi registrati in altre Questure. In altre parole, il dato grezzo fornito dal Ministero era solo idoneo a fondare un sospetto, il quale poteva – semmai – giustificare lo svolgimento di controlli onde appurare se l’interprete fosse effettivamente coinvolta in un sistema di indebiti favoritismi verso i propri connazionali. Il Ministero, peraltro, sosteneva di aver dato corso a verifiche interne in ordine alla vicenda di cui ci si occupa, ma non ne ha rivelato gli esiti.

Secondo il giudice, pertanto, deve ritenersi illegittimo l’allontanamento dell’interprete dalla Questura di Milano, giacché fondato sul mero sospetto che essa, in ragione della propria nazionalità, avesse operato in favore dei propri connazionali, abusando in qualche modo della propria posizione di mediatrice linguistica. Tale illegittimità si sostanzia di una condotta discriminatoria diretta, dal momento che la lavoratrice, solo a causa della propria cittadinanza peruviana, aveva subito un trattamento deteriore rispetto a quello degli altri interpreti in servizio presso la medesima Questura di Milano (tra le più recenti pronunce in tema di discriminazione per nazionalità, si v.: Trib. Milano, 12 ottobre 2018, in RIDL, 2019, II, 284, con nota di Macchione).

In conseguenza della rilevata discriminazione, il Tribunale condanna il Ministero dell’Interno al risarcimento del danno e alla pubblicazione del dispositivo dell’ordinanza su un quotidiano a tiratura nazionale, benché non fosse in essere alcun rapporto contrattuale diretto tra la pubblica amministrazione e la lavoratrice, dal momento che il divieto di discriminazione per l’origine etnica prescinde dall’esistenza di un contratto di lavoro, come disposto dal d.lgs. n. 286/1998 e dal d.lgs. n. 215/2003.

Samuele Renzi, dottorando nell’Università degli Studi di Siena

Visualizza il documento: Trib. Como, 16 agosto 2019

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