Breve commento al d.l. n. 59/2019: va’ pensiero sulle ali… dei precari.

di F. Andretta -

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea, con la sentenza Sciotto del 25 ottobre 2018 causa 331/2017 (che a sua volta rinvia alla propria sentenza del 25 febbraio 2015 causa 238/2014 ed a molte altre citate), ha sancito che per i dipendenti precari dello spettacolo delle Fondazioni Lirico Sinfoniche (che hanno il fine istituzionale di tutelare il patrimonio e l’identità artistica e culturale dell’Italia in tutto il mondo) non esiste una espressa norma italiana a loro tutela sia contro l’abuso dei contratti a termine e sia contro la reiterazione abusiva dei contratti a termine.

Quanto alla prima e sul motivo dell’assunzione a termine, essa si ricava dalla giurisprudenza, che è diritto vivente come le leggi: dalla Corte Cost con la sent. n. 260/2015, dalle Sez. Unite della Cassazione con la sent. n. 21691/2016, oltre che dalle stesse sentenze della Corte di Giustizia del 25 ottobre 2018 causa 331/2017 e del 26 febbraio 2015 causa 238/2014. Il principio espresso è che il semplice riferimento allo spettacolo non è sufficiente a rendere legittime le assunzioni a termine, dovendo invece emergere il nesso che lega le prestazioni artistiche del lavoratore a termine con lo spettacolo e per l’esecuzione di prestazioni non eseguibili dal personale a tempo indeterminato in carico.

Quanto alla durata massima dei rapporti a termine (che era espressamente derogata dal legislatore (art. 11 co. 4, D. Lgs. n. 368/2001, ed art. 29 co. 3, D. Lgs. n. 81/2015), tale tutela si ricava proprio dalla legislazione italiana prevista per tutti gli altri lavoratori pubblici e privati. Durata massima che era 36 mesi sino all’entrata in vigore del Decreto Dignità (D.l. n. 87/2018) dei pentastellati e che, dopo il decreto stesso convertito nella L. 96/2018, è stabilita in 24 mesi.

La Corte di Giustizia ha inoltre stabilito che il divieto di trasformazione in tempo indeterminato viola la Direttiva 70/1999/CE ed impone al giudice italiano di adottare tale sanzione, se materialmente possibile; ed indipendentemente dalla natura pubblica o privata del datore di lavoro.

Infatti, l’avvio della procedura di infrazione notificata dalla Commissione Europea al Governo Italiano il 25 luglio 2019 denuncia espressamente che “Attualmente la legislazione italiana esclude da questa protezione diverse categorie di lavoratori del settore pubblico (ad esempio insegnanti, personale sanitario, lavoratori del settore dell’alta formazione artistica, musicale e coreutica, personale di alcune fondazioni di produzione musicale, personale accademico, lavoratori agricoli e personale volontario dei vigili del fuoco nazionali)”.

Il decreto legge n. 59/2019 si fa beffa di tutto ciò e prevede tra l’altro:

– l’innalzamento della durata massima a 48 mesi. Durata massima che i sindacati e l’Anfols, per deroga consentita dal D. Lgs. n. 81/2015, hanno elevato a 240 mesi e che il Senato, con gli emendamenti approvati il 24 luglio, ha poi diminuito a 36 mesi: ma non 24 mesi come per tutti i lavoratori privati e pubblici. Il motivo per cui le OO.SS. hanno elevato a 240 mesi (10 anni di contratti a termine) nasce solo dalla esigenza di frapporsi alla espressa volontà delle fondazioni di non assumere più gli artisti e tecnici precari di lunga durata (cd. storici): il che significa che tutto il patrimonio artistico sino ad oggi espresso dalle eccellenze artistiche, secondo i sovrintendenti delle fondazioni, può ben andare al macero. Ed è ovvi che queste eccellenze, come quelle dei “cervelli”, troveranno rifugio solo all’estero, dove invece è accolta la nostra cultura artistica a “braccia aperte”.

– che sarà sufficiente la semplice indicazione dello spettacolo a rendere legittimi i motivi dell’assunzione. Dove lo spettacolo o serie di spettacoli è solo il luogo spazio-temporale in cui ogni tecnico ed artista esprime le proprie professionalità. Risulta evidente il carattere meramente giudiziario di tale disposizione normativa, che ha solo lo scopo di annullare e rendere evanescente la tutela sulla causale e sul relativo onere di specificità.

– continua a prevedere il divieto di conversione come sanzione contro l’abuso e la reiterazione abusiva dei contratti a termine, nonostante la mera sanzione economica non possa ritenersi, come ha ritenuto la stessa Corte di Giustizia, un vero deterrente contro tali abusi.

– Vuole introdurre il concorso pubblico, sebbene le fondazioni siano enti privati, come sancito dalle Sezioni Unite della Cassazione con le sentenze n. 7862/2001, 14022/2001, 5029/2011 e 27465/2016; e dalla stessa Corte Cost. con la sentenza n. 260/2015.

– Ed infine, il diritto di precedenza che i lavoratori guadagnano dopo tre anni di rapporti a termine e dopo aver superato tre selezioni annuali, viene dichiarato decaduto dopo il quarto anno. Sembra quasi il gioco dell’oca: tre anni per guadagnare il diritto di precedenza previsto dal CCNL ed un anno per perderlo e ricominciare tutto daccapo. Un sistema dunque che non garantirebbe, a monte, l’esistenza di alcuna tutela valle sulla Clausola 5 dell’Accordo quadro recepito dalla Direttiva 70/1999/CE.

Le procedure di stabilizzazione dei precari, poi, sono troppo farraginose e richiedono anni per riuscirle a fare: bisogna fare le nuove piante organiche, poi ci deve essere il controllo del collegio dei sindaci, poi quello del Mibac, poi infine quello della Corte dei Conti e poi infine tutto ritorna al Mibac. E già si assiste ad un grosso scontro tra le varie organizzazioni sindacali e l’Anfols sulla definizione delle nuove piante organiche. I sindacati infatti fanno rilevare che le piante organiche, con un organigramma inferiore quelle sancite dalla Legge n. 800/1967, potrebbero consentire solo una limitatissima produzione artistica: ci vuole un minimo numero di persone per fare un’opera, un concerto od un balletto; e quel numero minimo è sancito proprio nelle “vecchie” piante organiche che il decreto 59 vuole riformare. L’Anfols, dal canto suo, le vuole drasticamente abbassare e dichiara che ricorrerà all’uso dei contratti a termine per l’inevitabile personale aggiuntivo.

È evidente, dunque, che il decreto 59/2019 sforna un sistema per rendere precari a vita gli artisti ed i tecnici delle fondazioni e dello spettacolo.

Ed ora dobbiamo subire anche la procedura di infrazione della Commissione europea, la cui sanzione sarà di diverse centinaia di milioni di euro. Eppure, volendo fare una considerazione statistica, i precari delle fondazioni non superano le 1000 unità in tutta Italia.

Eppure gli uffici legislativi del parlamento italiano hanno ritenuto che questo decreto si uniformasse alla normativa europea: ma l’Europa, invece, ci dice di no!

Invero per adeguarsi all’Europa basterebbe solo eliminare la deroga sancita dal comma 3 dell’art. 29 del D. Lgs. n. 81/2015 (tre righe) e tutti i lavoratori avranno eguali diritti; e non ci saranno le discriminazioni subite dai precari delle fondazioni e denunciate dall’Europa.

Questa non è una legge sana fatta da uno Stato sano a favore dei propri cittadini; questo decreto costringe alla schiavitù del precariato i nostri cittadini. E la cosa peggiore è che causerà la fuga delle eccellenze artistiche all’estero: sarà come smontare pezzi del Colosseo e mandarli all’estero. E così perderemo anche la nostra identità culturale ed il nostro patrimonio artistico; la cui memoria e tutela sarà demandata a chi ama l’Italia, ma non agli italiani.

Francesco Andretta, avvocato in Napoli

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