Astensione collettiva degli avvocati dalle udienze: il caso dell’udienza camerale nel processo penale

di C. Zoli -

Con la sentenza n. 1835/2016 si consolida un orientamento – affermatosi di recente (Cass. pen., sez. IV, 30 giugno 2015, n. 27153) in opposizione ad altro più risalente insegnamento del Supremo Collegio – secondo il quale, in caso di astensione del difensore dall’attività giudiziaria in materia penale, legittimamente proclamata dagli organismi di categoria ed effettuata nel rispetto del codice di autoregolamentazione, il giudice è tenuto a disporre il rinvio dell’udienza da svolgersi in camera di consiglio in grado di appello (ove, si badi, la presenza dei difensori, del pubblico ministero e delle parti non è obbligatoria). Il mancato accoglimento della richiesta di rinvio – e la conseguente celebrazione dell’udienza in assenza del difensore che abbia tempestivamente comunicato la propria assenza – comporta nullità della sentenza emessa a conclusione del processo.

La sentenza è interessante, e merita pertanto di essere segnalata, nella misura in cui si pone nel solco della valorizzazione dei diritti di organizzazione collettiva degli avvocati: la Sez. IV penale del S.C. evidenzia le contraddizioni insite al precedente, contrario, orientamento, e afferma opportunamente che «l’esercizio dell’astensione dall’udienza con contestuale richiesta di differimento dalla udienza nel rispetto della disciplina di autoregolamentazione della relativa procedura non [sia] equiparabile ad un mero legittimo impedimento partecipativo, ma [integri] espressione del diritto costituzionale ex art. 18 Cost., di libertà di associazione». Al giudice, pertanto, prosegue il collegio, è rimesso soltanto il compito di accertare se l’adesione all’astensione sia avvenuta nel rispetto delle regole fissate dalle disposizioni primarie e secondarie.

La sentenza in epigrafe, in conclusione, aggiunge un importante tassello al rinnovamento del quadro giuridico in materia di astensione collettiva dalle udienze degli avvocati. Tale rinnovamento, come noto, ha preso le mosse dalla sentenza della Corte costituzionale n. 171/1996 (C. cost., 16 maggio 1996, n. 171, in MGL, 1996, 464, con nota di Santoni), con la quale era stata dichiarata l’illegittimità costituzionale dell’art. 2, comma 1 e comma 5, l. n. 146/1990, nella parte in cui non prevedeva, per la fattispecie in esame, un complesso di misure tali da salvaguardare i valori confliggenti del corretto funzionamento della giustizia – a tutela di imprescindibili diritti della persona, specie in materia penale – e del diritto di associazione e di organizzazione degli avvocati. La giurisprudenza costituzionale non era rimasta inascoltata: la l. n. 83/2000, infatti, ha colmato alcune importanti lacune, introducendo una specifica disciplina che fa leva sulla potestà regolativa degli organi di rappresentanza della categoria – per il tramite dell’adozione di codici di autoregolamentazione – e sul ruolo di arbitro della Commissione di garanzia.

Carlo Zoli, professore ordinario nell’Università di Bologna

Visualizza il documento: Cass. pen., sez. IV, 18 gennaio 2016, n. 1835

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