Anche nelle migliori famiglie…

di G. Centamore -

La disciplina dei soci lavoratori di cooperative è da anni al centro di un vivace dibattito dottrinale e giurisprudenziale. Di tale dibattito, uno degli aspetti che suscita maggiore interesse (o preoccupazione) concerne il trattamento economico dovuto al socio lavoratore. Al fine di contrastare la prassi di contrattare – al ribasso – i livelli retributivi con oo.ss. di dubbia rappresentatività (incredibilmente fiorenti nel settore della cooperazione), il legislatore del 2007 era intervenuto con una disposizione (art. 7, co. 4, d.l. 31 dicembre 2007, n. 248, conv. art. 1, co. 1, l. 28 febbraio 2008, n. 31) che avrebbe dovuto garantire il rispetto di una soglia minima di dignità della retribuzione. L’accorgimento tecnico (l’«astuzia») consisteva nell’ancorare i trattamenti economici complessivi del socio lavoratore, in presenza di più contratti collettivi della medesima categoria, a quelli dettati dai contratti collettivi stipulati dalle organizzazioni datoriali e sindacali comparativamente più rappresentative a livello nazionale nella categoria.

Ancora una volta il sindacato più rappresentativo era chiamato a fungere da stampella di un sistema traballante.

Sull’art. 7 cit., che aveva sollevato dubbi di compatibilità con l’art. 39, co. 2 ss. – melius: con l’efficacia impeditiva di meccanismi di estensione degli effetti dei contratti collettivi di diritto comune –, si era pronunciata la Corte costituzionale (sentenza 26 marzo 2015, n. 51, in ADL, 2015, 928, nota di Laforgia, RGL, 2015, II, 493, nota di Barbieri), che aveva respinto la censura di illegittimità costituzionale, poiché «la norma non attribuisce efficacia erga omnes bensì il ruolo di parametro esterno per la commisurazione della retribuzione nel rispetto dei principi di sufficienza e proporzionalità fissati dall’art. 36 Cost.». Lungi dal mutare il regime giuridico del contratto collettivo di diritto comune, il legislatore si era limitato ad esortare gli agenti economici attivi in un settore particolarmente delicato (specie in tempi di crisi) ad applicare un trattamento non inferiore ai parametri individuati da soggetti ritenuti affidabili, secondo un modello di politica del diritto invalso da decenni nell’ordinamento (D’Antona, Il quarto comma dell’art. 39 della Costituzione, oggi, DLRI, 1998, 665 ss.).

Eppure, non tutto è filato liscio, come dimostra la pronuncia del Tribunale di Milano, chiamato a pronunciarsi su un caso (non troppo frequente) in cui il trattamento ritenuto contrario all’art. 36 Cost. è quello stabilito da un contratto collettivo stipulato dalle oo.ss. comparativamente più rappresentative: proprio quelle ritenute affidabili, ma tant’è, anche nelle migliori famiglie…

Il CCNL è quello per i dipendenti delle imprese di vigilanza privata e servizi fiduciari – sezione servizi fiduciari (CCNL SEFI), che ai lavoratori con inquadramento «F del ruolo del personale tecnico operativo» assicurava una paga oraria di € 4,40954 lordi: al ricorrente spettavano, per essere precisi, € 715,17 lordi mensili – né più né meno – a fronte di un orario settimanale di 37,5 ore. Condivisibilmente il giudice milanese ha accolto il ricorso, con cui si chiedeva di applicare il trattamento retributivo goduto – prima di un cambio appalto consumatosi per lui a mansioni invariate: addetto alla reception – in base al CCNL per i dipendenti da proprietari dei fabbricati (che assicurava una paga superiore del 32%). Tra i tratti salienti di una motivazione non particolarmente ricca ma efficace, si segnala il passaggio in cui si osserva che il fatto che il contratto collettivo sia stato stipulato da oo.ss. comparativamente più rappresentative «non lo mette certamente al riparo dallo scrutinio di compatibilità con la norma costituzionale»: tanto precisato, il giudice ha buon gioco nell’affermare che «un lavoratore che presti servizio a tempo pressoché pieno (93,57%) non possa dirsi tutelato da una retribuzione che prevede una paga oraria di € 4,40954 lordi, che manifestamente non è sufficiente a fargli condurre un’esistenza dignitosa e a far fronte alle ordinarie necessità della vita».

Occorre aggiungere altro?

Giulio Centamore, dottore di ricerca nell’Università di Bologna

Visualizza il documento: Trib. Milano, 30 giugno 2016, n. 1977

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