Anche il Comitato Europeo dei Diritti Sociali boccia le tutele crescenti.

di S. D'Ascola -

L’11 febbraio è stato reso noto il Rapporto del CEDS (Comitato Europeo dei Diritti Sociali) dedicato alla compatibilità della disciplina del contratto a tutele crescenti (d.lgs. n. 23/2015) con la Carta Sociale Europea.

Al nuovo apparato sanzionatorio contro il licenziamento illegittimo (applicato agli assunti a partire dal 7 marzo 2015), infatti, veniva imputato di violare l’art. 24 della Carta [che recita: «Diritto ad una tutela in caso di licenziamento. 1. Per assicurare l’effettivo esercizio del diritto ad una tutela in caso di licenziamento, le Parti s’impegnano a riconoscere: a) il diritto dei lavoratori di non essere licenziati senza un valido motivo legato alle loro attitudini o alla loro condotta o basato sulle necessità di funzionamento dell’impresa, dello stabilimento o del servizio; b) il diritto dei lavoratori licenziati senza un valido motivo, ad un congruo indennizzo o altra adeguata riparazione. 2. A tal fine, le Parti si impegnano a garantire che un lavoratore, il quale ritenga di essere stato oggetto di una misura di licenziamento senza un valido motivo, possa avere un diritto di ricorso contro questa misura davanti ad un organo imparziale»], uno strumento che, ancorché al c.d. soft law, sta acquisendo importanza crescente nella trama regolativa interordinamentale giuslavoristica.

Il Rapporto, redatto dal CEDS l’11 settembre 2019, è stato reso noto solo oggi poiché il Comitato dei Ministri (l’organo esecutivo del Consiglio d’Europa), cui era stato trasmesso il 10 ottobre, non ha adottato alcuna risoluzione e, come previsto dall’art. 8, comma 2, del Protocollo sui reclami collettivi, solo decorsi quattro mesi dalla trasmissione al Comitato dei Ministri, è stata disposta la pubblicazione del Rapporto stesso.

Il reclamo era stato presentato nel 2017 dalla Cgil, più o meno contestualmente al ricorso al Tribunale capitolino (anch’esso sostenuto dai legali della Cgil) che portò all’ordinanza del Tribunale di Roma del 26 luglio 2017. Tale ordinanza sollevava la questione di costituzionalità in ordine alla effettività e dissuasività dei rimedi previsti dal decreto 23 e ha condotto alla pronuncia di incostituzionalità della Corte cost., 8 novembre 2018, n 194.

L’interesse del recente provvedimento del CEDS sta anche nella valorizzazione di tale pronuncia della Consulta e nel dialogo instaurato con essa. Il CEDS, infatti, ritiene sussistente la violazione dell’articolo 24 proprio in virtù di argomenti simili a quelli spesi dalla Corte costituzionale contro l’automatismo e la rigidità della quantificazione dell’indennizzo economico, ma, in una lettura aggiornata del diritto vivente (e vigente), si ritiene che il quadro regolativo successivo alla stessa sentenza 194 – la quale pure ha attenuato l’automaticità del calcolo in base all’anzianità di servizio – non sia soddisfacente, per via della eccessiva restrizione dei casi che conducono alla reintegrazione nel posto di lavoro e per la presenza di limitazioni dell’ammontare massimo dell’indennizzo, anche in tal caso nonostante gli incrementi del valore massimo disposti dal decreto dignità (applicabili ai licenziamenti successivi al 14 luglio 2018).

Il CEDS critica anche la (troppo modesta entità della) offerta di conciliazione ex art. 6 d.lgs. n. 23/2015 sulla base del fatto che i meccanismi deflattivi che mirano a decongestionare i Tribunali non devono operare «a spese dei diritti soggettivi garantiti dalla Carta».

Il principale organismo para-giurisdizionale previsto dal sistema del consiglio d’Europa (nel quale, come noto, un ruolo fondamentale per la materia lavoristica è rivestito Carta Sociale Europea del 1961 poiché la Convenzione Europea per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo dedica un’attenzione più limitata ai diritti sociali) dialoga quindi proficuamente con il circuito giurisdizionale domestico e richiama nuovamente il legislatore italiano, nonché gli operatori e gli interpreti, all’importanza di una disciplina effettivamente dissuasiva nei confronti del licenziamento illegittimo, la sola che può garantire davvero i diritti del lavoratore.

Simone D’Ascola, assegnista di ricerca nell’Università di Pisa

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