Alla Corte di Giustizia UE la disciplina dei ricercatori a tempo determinato.

di L. Busico -

Con l’ordinanza in rassegna la sezione VI del Consiglio di Stato rimette alla Corte di Giustizia europea la valutazione della conformità al diritto UE della disciplina italiana concernente lo status dei ricercatori universitari a tempo determinato.

La vicenda dedotta in giudizio riguarda alcuni ricercatori a tempo determinato dell’Università di Perugia, che avevano richiesto la stabilizzazione del proprio rapporto di lavoro, ai sensi dell’art.20 del d.lgs. 20 maggio 2017, n. 75. L’Ateneo non accoglieva tale richiesta, ritenendo, anche sulla base delle indicazioni contenute nella circolare del Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione n. 3 del 23 novembre 2017, non applicabile la disciplina del citato art.20 alle categorie di personale non contrattualizzato, come i professori e i ricercatori universitari (art.3, comma 2 del d.lgs. 30 marzo 2001, n. 165). Gli interessati presentavano ricorso al TAR Umbria, che veniva respinto.

In sede di appello il Consiglio di Stato ha disposto la rimessione alla Corte di Giustizia europea.

A tal proposito è opportuno ricordare brevemente alcuni punti della riforma Gelmini in materia di personale docente delle Università.

La l. 30 dicembre 2010, n. 240 non contempla tra le categorie accademiche, cui è possibile accedere, il ricercatore a tempo indeterminato (destinata all’esaurimento) e introduce quella del ricercatore a tempo determinato, in relazione alla quale l’art.24, comma 3 individua due differenti tipologie contrattuali: 1) la prima, quella della lett. a), prevede un primo livello di ingresso nella categoria di durata triennale e prorogabile per solo due anni a seguito di positiva valutazione delle attività svolte.; 2) la seconda, quella della lett. b), di durata triennale, è riservata ai candidati che hanno già fruito di alcune tipologie contrattuali individuate dalla legge (contratti di cui alla lett. a), assegni di ricerca per almeno tre anni, borse di studio di dottorato o post dottorato).\

In forza del comma 5 del citato art.24 i ricercatori della seconda tipologia possono essere poi assunti nel ruolo dei professori associati in presenza di due condizioni: 1) il conseguimento dell’abilitazione scientifica nazionale prevista dall’art.16 della l. n. 240/2010; 2) il superamento di apposita procedura valutativa da svolgersi all’interno dell’Ateneo di appartenenza.

Occorre, inoltre, ricordare che l’art.29, comma 2, lett. d) del d.lgs. 15 giugno 2015, n. 81 (contenente la disciplina organica dei rapporti di lavoro) esclude esplicitamente dal campo di applicazione del capo II (che regola il lavoro a tempo determinato) i contratti a tempo determinato stipulati ai sensi della l. n. 240/2010.

Il Consiglio di Stato dubita della conformità della disciplina sinteticamente descritta alla direttiva comunitaria n. 1999/70/CE sul lavoro a tempo determinato, avente, tra gli altri, l’obiettivo di prevenire gli abusi derivanti dall’utilizzo di una successione di rapporti di lavoro a tempo determinato. Secondo il supremo consesso amministrativo la normativa sopra riportata, a differenza di quella riguardante il personale contrattualizzato (art.36, comma 5 del d.lgs. n. 165/2001), è carente di misure idonee a prevenire e sanzionare gli abusi nella successione di rapporti a termine da parte delle Università.

Luca Busico, coordinatore Direzione del Personale dell’Università di Pisa

Visualizza il documento: Cons. Stato, 10 gennaio 2020, n. 8128

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